I fatti successi in questi giorni pongono insieme grandissimi questioni e contraddizioni: da una parte il ruolo del PRC (quindi anche GC) e da una parte quello di Sinistra Critica.
Il disegno di Confindustria avallato grazie al centro che ne è la sua spalla politica è agghiacciante e purtroppo imbocca una strada senza ritorno. I 12 punti di Prodi sembrano qualcosa di disegnato apposta in questo momento per rinchiudere in un angolo la sinistra. Questo è stato l’errore di Turigliatto. Non so fino a che punto all’interno del parlamento o nei giorni scorsi si potesse essere consapevoli di questo disegno borghese che mira in qualsiasi modo a emarginare (riuscendoci) la sinistra. E purtroppo grazie alla mossa di Turigliatto (ma non solo alla sua come scriverò qui sotto) se prima ci sarebbero state possibilità di ampliare il conflitto e forse di vincerlo ora il campo dell’opportunità politica si restringe ancora di più. E’ vero: Rifondazione ha tradito gli abitanti della Val Susa e così anche i Verdi e i Comunisti Italiani. Ma nessuno dei tre soggetti in questa fase evidentemente poteva dire no ai 12 punti di Prodi. L’errore di Turigliatto (ma anche di Rossi) è stato quindi in questa fase quello di ridurre il campo di possibile intervento politico da parte della sinistra in generale. E la cosa che più fa spavento è che questo disegno è stato attuato grazie alla complicità del Vaticano (e quindi di Andreotti-Belzebù) ed evidentemente di Confindustria. Inoltre la banalità politica è stata quella di far cadere il governo su una cosa così lontana come la politica estera: si sa che in generale l’opinione degli elettori e dei lavoratori è molto più basato sulla politica interna che su quella estera. E questo anche se fa schifo è la dura realtà. Rispetto al governo e alla sua politica estera non cambia la mia opinione: la politica imperialista con l’avallo di Rifondazione è un fatto palese. È questo il problema grande di Rifondazione che vive di fatto le sue contraddizioni interne. Non si può capitalizzare in questo modo anni di mobilitazioni gigantesche contro la guerra. Non si può tendere al ribasso sulla precarietà e sulla riforma totale e sostanziale del mercato del lavoro: il Referendum sull’articolo 18 del 2003 benchè sia stato perso ha dato al centro-sinistra una prova di forza di 12 milioni di voti che dovevano essere rappresentati all’interno del programma di governo in maniera più forte. Ancora mi ricordo quel giorno di giugno del 2003 dove Bertinotti ammettendo la sconfitta diceva: “ora bisogna cominciare a lavorare per la costruzione del governo Prodi”. Forse una frase più felice sarebbe stata: “ora se Prodi vorrà inserirci nella compagine di un futuro governo dovrà tenere conto di questi 12 milioni di voti che senza dubbio sono attribuibili al centro sinistra”. Purtroppo Rifondazione e la sinistra tutta ci hanno dimostrato l’incapacità di saper effettuare una negoziazione politica degna di questo nome. Perché Follini da solo è riuscito a spostare così a destra il programma di governo mentre tutta la sinistra non è riuscita neanche a porre sul piano delle trattative un programma decente?
Sono d’accordo sulla costruzione di un soggetto forte all’interno dell’Europa per distruggere i proclami neoliberisti di Francia, Germania e Spagna. Anche se questi paesi si pongono in contrasto con la politica imperiale di Bush costituiscono comunque come ho già detto l’asse di un modello imperialista basato sullo sfruttamento incondizionato della guerra come metodo e sullo sfruttamento delle economie periferiche come modello insieme allo sfruttamento incondizionato delle classi lavoratrici al proprio interno con l’incubo costante della competitività per strutturare il proprio dominio e i propri ricatti. Va bene quindi la costruzione del soggetto Sinistra Europea: perché è il livello Europeo l’opzione ottimale di rivendicazione visto il grado di commercio esistente all’interno della stessa Europa (l’85% delle esportazioni Europee avviene all’interno della stessa Europa), visto le nostre comuni radici culturali e storiche, visto il nostro modus vivendi e visto il grado istituzionale raggiunto nello stesso continente. L’Europa costruita dai suoi ideatori: Giscard D’Estaing, Amato, Prodi, Schreder, Aznar ecc… è sostanzialmente il disegno neoliberale soft rispetto al modello nordamericano dove i diritti verranno sempre più messi in discussione. E qui sta proprio l’alternativa di società. Ma può la sinistra Europea uscire da questa gabbia? La Sinistra Europea attraverso il suo documento programmatico parla di cambio nella società attraverso dei processi di nuova democrazia: la democrazia partecipativa. Tuttavia all’interno della stessa Rifondazione non si vede come ci sia un processo partecipativo. Lo si vede questo dai cammellaggi al congresso, lo si vede da come non ci siano processi trasparenti interni a cominciare dallo stesso passaggio sul come deve essere cambiato il partito con la costruzione della Sinistra Europea. Lo stesso processo antidemocratico che ha creato di fatto una fase di conflitto interno con la sospensione a Cannavò quando ha votato contro la finanziaria. Lo stesso processo politico degno dell’antico Partito Comunista Togliattiano di 60 anni fa: era così che si sospendevano i compagni dissidenti nell’allora grande partito comunista. Ma al di là dei proclami sull’antistalinismo mi sembra che sostanzialmente Rifondazione si contraddistingue dal VIº congresso in poi per un attacco frontale e antidemocratico contro chi non sostenga la linea ufficiale. Oltretutto il modo violento con cui si è espresso uno come Michele De Palma ci fa riflettere anche sul percorso e l’involuzione degli stessi Giovani Comunisti.
Da uno stalinista come Grassi ce se lo poteva anche aspettare. Ma da gente come De Palma e lo stesso Giordano? Così è stato di fatto espulso Turigliatto dal partito ed è per questo che ho firmato l’appello di solidarietà (appello che tra le altre cose è stato firmato da Ken Loach, Naom Chomsky e forse fatto più importante da Gino Strada).
Il passaggio più interessante di tutto il primo documento è quello dove parla di cambiamento del metodo della nuova classe operaia: quello della non violenza da contrapporre come metodo della violenza della guerra permanente promosso da Bush. C’è però nello stesso movimento non violento e per la pace una contraddizione di fondo: l’eurocentrismo. Non può essere un metodo come quello della non violenza un modello generale perché dipende dalla società in cui si sviluppa. Ad esempio sarebbe stata difficile la vittoria di Evo Morales in Bolivia senza le grandi fasi di conflitto violento apertesi con Cochabamba nel 2000 o nel 2003 con la cosiddetta “rivolta del gas” dove il presidente Sanchez de Lozada è stato costretto alla fuga a Miami.
E per non andare troppo lontano nel tempo ancora ricordo Genova. Ho il groppo che mi sale alla gola tutte le volte che vedo quelle immagini raccapriccianti. I lacrimogeni, il sangue ovunque, la violenza dello Stato, Carlo. Ma adesso secondo Bertinotti i nostri carissimi soldati di Nassirya (probabilmente gli stessi Carabinieri che erano a Genova) sarebbero dei martiri.
Si può anche dunque dire che si vuole basare la propria azione sulla non violenza perché la stessa può essere posta in termini confittivi. Tuttavia, appunto, la non violenza può essere una strategia contingente e non un proclama generale e universale dettato da un relativismo culturale alquanto dubbio anche in relazione con la storia dello stesso movimento operaio.
L’altro passaggio interessante del primo documento dello scorso congresso è l’azione stessa: si parla di programma di governo come programma di fase. Una fase dove irrinunciabilmente Rifondazione deve partecipare al Governo perché altrimenti vincerebbero le destre di Berlusconi. Il programma stesso, posto in maniera positiva perché è l’inizio del programma di cambio della società a lungo termine si pone su due punti fondamentali e irrinunciabili: il raggiungimento della piena occupazione e di una cittadinanza globale. Ora, o io sono abbagliato o a meno che i fatti sono fatti, la passata legge finanziaria e lo stesso programma di governo non vanno per niente verso questa direzione. La cosa positiva invece è l’altro passaggio: quello sui 4 assi del programma. La redistribuzione del reddito benché non ci sia vede comunque un attacco alle classi medie e alle classi predatrici che si sono arricchite con il governo Berlusconi. Mi riferisco ad esempio alle liberalizzazioni che tolgono la protezione ad alcune categorie prima privilegiate (es tassisti). C’è anche un tentativo di estensione dei diritti individuali con i Dico (Che comunque non passeranno in parlamento. Perché Rifondazione deve rispettare il vincolo di maggioranza ma Mastella no? Furbi è!) ma non c’è una estensione dei diritti collettivi: la finanziaria ha di fondo attaccato anche i ceti meno abbienti. Non si capisce come si voglia difendere i beni comuni visto che tutto il fronte del centro (visto che i Ds neanche si possono considerare di sinistra) hanno difeso nello stesso parlamento europeo la direttiva Bolchstein e che sono sempre loro ad aver avviato il programma di liberalizzazione delle imprese pubbliche lasciando gli operai dell’Alfa, dell’Enel e per andare più vicino a casa nostra della centrale del latte di Ancona sudditi delle leggi più brutali del mercato. Non si vede dunque dove ci sia un nuovo intervento nel settore pubblico.
Tra le 15 tesi di Bertinotti c’è l’abolizione della legge Biagi, della riforma Moratti e della Bossi Fini: di fatto in sede di programma questo non c’è. E questo sarebbe stato un programma minimo rispetto a tutto l’asse di leggi sulla precarietà che il centro sinistra precedente aveva portato avanti e che erano l’asse su cui si sono poggiate tutte le leggi del governo Berlusconi: e qui mi riferisco proprio alla legge Berlinguer-Zecchino, alla legge Turco-Napolitano e alla legge Treu.
Ma questo in realtà andrà sempre di più peggiorando vista la crisi che ha portato, anche grazie allo stesso Andreotti e non solo al compagno Turigliatto, a un rafforzamento sostanziale del centro. Non mi sento dunque di attribuire tutte le colpe a Turigliatto perché di fatto in sede di scrittura del programma Rifondazione (e gli altri partiti di sinistra) per inefficienza o incapacità dei propri dirigenti è andata a sottoscrivere un testo che è minimo nonostante i trionfalismi della dirigenza. Sono altresì convinto che Rifondazione se avesse appoggiato il governo da esterno, come nel ’96, le elezioni non sarebbero state vinte visto i soli 24.000 voti di differenza tra le due coalizioni. Se ci fosse stato un margine di voti di almeno un milione allora la stessa Rifondazione si sarebbe posta in una posizione molto più di forza e poteva anche appoggiare esternamente il governo. La scelta governativa ha dunque premiato Giordano e Bertinotti viste le conseguenze, anche se le premesse erano tutt’altre (e forse quei convulsi giorni di campagna elettorale del passato anno potevano essere sfruttati in maniera migliore dallo stesso Prodi).
Anche se in questi anni sono state spese grandissimi forze verso la costruzione del soggetto, il “nuovo movimento operaio”, di fatto Rifondazione si sarebbe dovuta presentare con un programma di riforme che doveva essere implementato nei primi 100 giorni di governo dove davvero si sarebbe dato il vero segnale di discontinuità con il governo precedente. La finanziaria, che prevede un fondo di 5 milioni di euro sulla precarietà è veramente una tendenza al minimo. Inoltre anche qua, non solo si doveva pretendere di più ma a monte c’è l’inefficienza della dirigenza interna di saper affrontare con il giusto peso l’azione di governo: non si capisce perché Bertinotti, invece di andare a fare il ministro del lavoro sia andato a fare il presidente della Camera che nulla aiuta allo stesso programma che Rifondazione vuole, per il documento che si è votato al congresso, implementare.
Il ruolo istituzionale ha portato ad un calo di immagine dello stesso Bertinotti tacciato da più parti come inefficiente, incapace di gestire un’assemblea come quella della Camera.
Ma a parte questo e tornando al programma di governo non si capisce dove e come si voglia arrivare al cosiddetto “autogoverno” dei rapporti di lavoro attraverso una nuova separazione dei rapporti tra tempo di lavoro e tempo libero. Non c’è da nessuna parte e non si sente più parlare ad esempio di 35 ore. Quindi quali sono le proposte concrete di Rifondazione?
Ma la cosa più importante è la stessa guerra che è posta come nemico numero uno di Rifondazione tra le famose 15 tesi di Bertinotti. Fa pensare che in quel documento c’è l’uscita dalla guerra in Iraq e non c’è l’Afganistan. Fa pensare che nella scorsa finanziaria votata anche da Rifondazione ci sia stato un incremento sostanziale delle spese di guerra e una riduzione dell’aiuto alla cooperazione internazionale. Non c’è dunque, benché ci sia Patrizia Santinelli di Rifondazione come vice-ministro degli esteri con la delega alla cooperazione internazionale una richiesta di maggiori spese verso l’impegno civile nei conflitti esteri. Fa pensare anche che la proposta della sinistra per l’Afganistan presa come contentino anche da Prodi sia la famosa conferenza di pace: cosa significa? Che si metteranno al tavolo delle trattative con i Talebani? Per bocca di D’Alema si chiederà un maggiore impegno civile da parte degli stati. Peccato che a parole in questi casi non seguano mai fatti concreti! Peccato che lo stesso D’Alema nel suo discorso al Senato si sia di fatto scordato di dire come l’impegno insieme agli Usa per la prossima primavera sarà quello della grande offensiva che sicuramente si trasformerà in un lago di sangue (alla faccia dell’art.11). Si sa inoltre che uno dei pilastri della risoluzione dei conflitti in medio oriente sia la fine del conflitto israelo-palestinese e si sa anche dopo 60 anni di sforzi che questo sia possibile solo con la costituzione di un vero e proprio stato palestinese. Ma anche qua, la politica estera italiana non fa nulla per questo e si riduce semplicemente a ribadire la propria equidistanza. La soluzione ovvia allora sarebbe che se caschi blu ci devono essere nell’area, questi dovrebbero stare tra le nuove colonie israeliane fermando la mattanza dei palestinesi. Ma figuriamoci se il boia dei Balcani (D’Alema) abbia la volontá politica di fare questo. D’Alema se lo volesse potrebbe fare qualcosa visto che l’Italia in questo momento ha un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Invece l’Italia continua a congelare i fondi all’Anp. E quindi non capisco tutta questa enfasi posta da Rifondazione, dalla sinistra e dalle varie associazioni sulla supposta politica di pace dell’Italia nel mondo.
Detto questo la mia scelta personale è quella di fare politica nei luoghi dove sono direttamente implicato: ora l’Università (domani il mondo del lavoro?). Lo faccio perché vivo ancora dentro di me la contraddizione per cui ancora non so ben distinguere le possibilità e (a dirla alla Tilly) le opportunità di cambio. Non so se serva o a cosa serva per me, in questo momento, una esperienza in un partito di sinistra conflittivo (evidentemente Sinistra Critica) o in un partito evidentemente per sua natura riformista di pseudo-sinistra (Rifondazione/Sinistra Europea). Da una parte mi arrabbio a vedere determinate ipocrisie: quelle di Rifondazione che sembra aver subito le famose trasformazioni già analizzate da Mischels negli anni ’20 a proposito del partito Social Democratico Tedesco. Non si può con un ridicolo trionfalismo abbagliare la gente su presunte vittorie sociali che di fatto non ci sono. E tutto questo per paura della morte dell’organizzazione. Tuttavia ho paura! Paura che più si va avanti più il centro possa prendere sempre più piede pregiudicando di fatto la mia vita e quella dei miei figli (semmai li avrò). Ho paura di altri 5 anni di Berlusconi. Ho paura perché potrebbe accelerare un processo di svendita totale del paese. Allo stesso tempo mi fa paura che uno come Cossiga e uno come Andreotti siano ancora assi fondanti della politica italiana. Per questo spero che oggi Turigliatto voti la fiducia al governo Prodi.
Detto ciò non rinnoverò la mia tessera a Rifondazione (dopo 9 anni) e neanche quella di Sinistra Critica. Lo faccio perché vivo una mia contraddizione. Scelgo comunque il conflitto sociale come metodo politico. Perché fuori della politica ufficiale c’è ancora la possibilità se non di fermare almeno di esprimere il conflitto contro un processo scandaloso di svendita all’ingrosso dei diritti sociali. E questo in faccia ai vari Rutelli e amici che utilizzano 15 cretini neo-brigatisti come maniera per isolare il dissenso senza ricercare un confronto politico serio. Per quanto riguarda la mia partecipazione al voto nelle prossime elezioni sarà legato credo alle mie priorità perché non si vive solo di antiberlusconismo. Credo ci sia nel paese la necessità di stabilità della vita delle persone, di non rovinare ciò che di buono c’è nel nostro Welfare e anzi, c’è il bisogno di un nuovo rilancio della stagione dei diritti. E se Prodi e compagnia bella andranno a fare quella sporca legge sulle pensioni; se non faranno nulla per migliorare le condizioni del mercato del lavoro; se continueranno ad andare avanti con le privatizzazioni che hanno rovinato il nostro paese allora mi sa che a votare proprio non ci andrò. Inoltre la mia partecipazione al voto sarà legata alla legge sul conflitto d’interessi. Perché dopo tutta la solfa che ci hanno fatto su Berlusconi ci vuole anche un minimo di coerenza: mannaggia al clero!
Ció detto mantengo comunque la mia solidarietá a Franco Turigliatto e a tutta l'area di Sinistra Critica!